Giunone caprotina: il mito censurato dell’antica Roma – sai perché?
Giunone caprotina, il mito proibito che Roma ha cercato di cancellare. La storia riscritta sulla dea proibita, ma che è sopravvissuta. Perché Roma ha voluto censurarla?
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Il titolo “Caprotina”, attribuito alla dea Giunone, nella mitologia romana primitiva, appartiene al gruppo dei numerosi epiteti con cui i Roma distingueva le diverse: funzioni, sfumature e manifestazioni delle divinità. Tra questi, Caprotina è uno degli appellativi più enigmatici e discussi dagli studiosi moderni, per la dea Giunone poiché il suo significato è quello “passionale” e violento che non si rispecchia, nella traduzione delle caratteristiche moderne, attribuite a questa dea.
Caprotina racchiude in sé diversi livelli di significato, legati tanto all’animale capra quanto al fico selvatico e per capire quello che voglia dire, andiamo in profondità, nell’anima di uno degli aspetti più arcaici e naturali della figura di Giunone.
Perchè “Caprotina”? Capra e fico selvatico
La radice del nome Caprotina è stata ampiamente e variamente interpretata già dai primi studiosi nel medioevo per capire e conservare i culti degli antichi pagani. Però, le interpretazioni erano comunque soggette ai tabù della cristianità, oggi, spogliati dal terrore della chiesa dominante proprio nel medioevo, abbiamo le idee più chiare. La parola è collegata al latino caper, cioè la capra, animale sacro, associato alla vitalità “intima”, diciamo così, ma anche alla fecondità e alle energie istintuali, le passioni, i desideri e la forza incontrollabile della natura.
Giunone Caprotina, in questa chiave interpretativa, è la Giunone selvaggia e agreste, non candida e pura, legata al matrimonio e all’assoluta fedeltà. Lei è il lato più passionale, spesso celato o nascosto, di lei, legata alle forze vitali e ai desideri. Interpretazione che si rispecchia nel concetto e nei rituali della festa a lei dedicata, cioè: le Nonae Caprotinae, celebrata sotto un fico selvatico.
L’albero dal dubbio significato
Cosa significa il fico selvatico? Nella leggenda romana, fu l’albero di fico che fermò la cesta con all’interno Romolo e Remo, e fu lì che la lupa li allattò salvandogli la vita. Nell’antica mitologia romana primitiva, antica religione, era sotto quest’albero che si radunavano i Fauni ficarii (spiriti fertilità). Associati al fico selvatico: il loro nome “ficarii” richiama direttamente il fico, suggerendo una dimensione spirituale legata a forze generative. Nel medioevo però era legato alle forze demoniache, proprio per il dominio della religione cristiana, tant’è che era qui che si consumavano i rapporti carnali tra streghe e entità demoniache.
Tuttavia esiste un aspetto documentato da fare sotto questo albero, cioè il fico, che si chiama: il gesto della manis fica, tradotto è: il gesto della mano fico, usata contro gli spiriti maligni ed era un culto tradizionale da fare nei rituali di Lemuria. Utile per proteggersi dagli influssi oscuri. In generale il fico rappresenta il lato ses…suale più crudo, quello che deve rimanere oscuro.
Anche Giunone… lo faceva
Accanto a questa spiegazione, gli antichi proponevano un secondo collegamento etimologico al nome caprotina diretto al caprificus, altro nome del fico selvatico. La tradizione riportata da Plinio e altri autori riteneva che il caprifico avesse un ruolo fondamentale per la fruttificazione del fico domestico. Essa era una pianta spontanea, cioè che nasce spontaneamente senza che nessuno se ne occupi, proprio come nasce il desiderio. Esso nasce senza che venga seminato.
Si tratta di una pianta resistente e il desiderio che diventa passione è un sentimento molto forte, resistente appunto. Il fico o caprificus è associato alla fertilità non addomesticata e alla forza riproduttiva della natura, cioè quella spontanea. Da qui c’è l’associazione diretta alla dea Giunone detta Caprotina. Il fico o caprificus rappresenta tutta l’essenza di Giunone, sia nel lato oscuro o nascosto, quello “intimo”, ma unitamente all’idea di fertilità, abbondanza e di radici, quindi di famiglia.
Entrambe quindi le radici del nome: capra e caprifico, hanno in comune il medesimo nucleo: la natura selvaggia, intima, libera e fertile, in contrapposizione alla sfera controllata e istituzionale in cui Giunone viene collocata.
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Giunone Caprotina: interpretazioni antiche
Gli antichi romani, parlo di quelli che c’erano in epoca pre-romana, quindi intorno al 800 A.c e nel primo periodo romano, dopo il 753 A.c fino al 400 A.c, interpretarono Giunone Caprotina come una manifestazione della dea legata al mondo selvaggio, crudo e implacabile, con una sfumatura particolare: quella della selvatichezza. Non si tratta della maternità ordinata di Giunone Lucina, né della sovranità politica di Giunone Regina, ma piuttosto di una forza vitale primordiale, connessa al femminile non mediato e inquinato dalla civiltà.
I volti delle divinità, non solo dualistiche
Per comprendere appieno il significato di Caprotina è necessario confrontarlo con gli altri volti di Giunone. Qui urge, urge in modo immediato, l’apro parentesi per la spiegazione dei “volti”. In più occasioni nei miei video che parlano delle divinità antiche, sottolineo la dualità, nel senso che in ogni essere divino esiste il bene e il male, ma questa è la prima occasione di spiegare cosa sono i “volti”.
Nel pantheon divino della religione e della mitologia romana, ogni dio era definito in Dio e Dea, quindi c’era la parte uomo o maschio e la parte donna o femmina. L’uomo conteneva la virilità e la donna la femminilità. Da essi si sviluppavano poi i sentimenti, significati e i tanti volti. Faccio un esempio: Giove, il padre delle divinità romane, era un uomo possente, con una spiccata virilità dimostrata dalle tante amanti e quindi vediamo questi volti:
- Pater, colui che sostiene e cresce i figli
- Per vim, cioè la forza, un capo che ha una forza possente con cui guidare, combattere o difendere
- Virilis, virilità dimostrata con le sue tante storie d’amore
Unitamente però abbiamo tirannia, seduzioni ingannevoli, infedeltà coniugale, qui vediamo altri volti, cioè:
- Tyrannide, la tirannia si dimostra con l’abuso del potere e delle punizioni eccessivi, come per prometeo e sisifo
- Fallax Stuprum, che si può tradurre come rapporto ingannevole, dimostrato dalle sue metamorfosi o trasformazione toro, cigno, in pioggia
- Maritali infidelitas, vale a dire l’infedeltà matrimoniale rivolta alla propria moglie o compagna
Questi sono solo alcuni volti o meglio lati della personalità e dei significati di Giove. Essi mostrano il lato buono e quello oscuro che però riescono a definire le caratteristiche di questa divinità, ma preciso che per i romani, tutti gli aspetti erano da venerare poiché naturali e avvertiti anche dagli uomini stessi.
Ora, se i volti esistono per Giove, sappiate che esistevano per tutte le divinità. Chiusa parentesi.
Il posto di Caprotina nel pantheon di Giunone
Torno a dire che per comprendere il significato di Caprotina è necessario confrontarlo con gli altri volti di Giunone. La dea aveva caratteristiche interne estremamente ricche, era:
- Regina, protettrice dello Stato e del potere
- Lucina, garante delle nascite
- Moneta, custode della memoria e dell’avvertimento
- Sospita, guerriera e difensore (al femminile) della famiglia
- E poi, Caprotina
Quest’ultimo rappresenta l’aspetto più arcaico e naturale di Giunone, che ritroviamo già nella religione romana primitiva, quello che precede la domesticazione, cioè il ruolo domestico, e l’istituzione, quello dello stato e della morale sociale.
Se Regina e Moneta appartengono alla sfera civica e politica, e Lucina a quella familiare e sociale, Caprotina si colloca invece nel dominio dell’energia “intima” incontrollata. È una Giunone che opera fuori dai palazzi e dai templi monumentali, in un ambiente agreste, selvaggio. Una dea che agisce nella spontaneità della natura, nei campi e presso il fico selvatico. Si completa con la forza originaria della fertilità.
In poche parole, è la ses…sualità di Giunone che non è sempre pudica e modesta. Anzi, lo stesso Ovidio riportò nei suoi scritti un racconto che interessa l’infedeltà della dea del matrimonio, avete sentito bene: infedeltà. Nella mitologia romana moderna, quella del 300 A.c a seguire, si raccontava che Giunone avesse partorito da sola Marte, il dio della Guerra e padre di Roma. Anzi io ho creato un video che spiega tutta la storia e posto il link al termine di questo video.
Il filosofo Ovidio, decise di studiare e mettere per iscritto, la storia pre-romana raccontata su giunone caprotina!
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Infedeltà di Giunone
In Ovidio si racconta che Giove diede alla luce da solo Minerva. Giunone invidiosa e gelosa di questa bambina, figlia unica di Giove, generata da lui senza il suo aiuto, pianse per giorni e giorni. A questo punto chiese aiuto a Flora, la dea della fertilità e fecondità, per rimanere incinta da sola: Lei richiese che nessun uomo l’avrebbe dovuta toccare. Flora le disse che esisteva un fiore in grado di metterla incinta senza essere toccata da nessun uomo.
A questo punto, Ovidio, usa parole che, dagli studiosi sono state tradotte in più modi e in più significati, quella che appartiene alla versione pre-romana, ci dice che Flora parlò tale richiesta direttamente a Priapo, il dio dai grandi genitali, padre della virilità più feconda. Costui, incuriosito da Giunone decise di osservarla e la vide piangere nei boschi. Colpito dalla sua bellezza decise di aiutarla. Confessò a Flora che esisteva un fiore che provocava gravidanze al solo toccarlo e gli disse dove lo poteva trovare, proprio sotto il fico selvatico, il caprificus.
Giunone, messa al corrente da Flora di questo fiore miracoloso, ancora in lacrime, si mise alla sua ricerca dell’albero. Trovandolo, vide i fiori e ci si sedette sopra, sfiancata dalle lacrime si addormentò. La mattina dopo, aveva già la pancia gonfia poiché gravida.
Ovidio e le 2 versioni del tradimento
Però, sempre secondo il mito esistono due versioni. La prima era che Priapo, colpito dalla bellezza di Giunone, decise di avere un figlio da lei. Vedendo avvicinarsi la dea nel luogo che lui stesso aveva suggerito a Flora, cioè sotto un albero di fico, spruzzò il suo seme sui fiori. Quando giunone si sedette su questi fiori, avvenne il concepimento.
La seconda versione interessa Giunone Caprotina ed è questa! La dea voleva assolutamente rimanere incinta per vendicarsi di Giove. Flora gli disse che per risolvere questo problema, doveva rivolgersi ad una divinità di virilità superiore a Giove e che non temeva la sua furia poiché indipendente dal suo regno, in poche parole di una divinità che viveva tra gli uomini, protetta da Tellus, la madre terra che non può essere controllata da nessun dio poiché è su di lei, su questa titana, che esistono i regni delle divinità. Il dio in questione era: Priapo.
Priapo disse a Flora che la dea avrebbe trovato il fiore magico sotto il fico selvatico. La dea quindi giunse nel luogo dell’appuntamento, ma, non poteva tradire consapevolmente Giove, quindi si addormentò, se fosse per finta oppure sfinita dal pianto, non è chiaro. Fu qui che Priapo la prese e concepì Marte. Il mattino dopo, Giunone aveva la pancia gonfia e, in pochi giorni, diede alla luce marte. In questo lasso di tempo, lei non era mai tornata nel pantheon delle altre divinità romane, quindi nel regno di Giove. Appena nato, Marte fu affidato proprio a Priapo.
Facciamo chiarezza sul mito? Si dai…
Chiariamo però l’accaduto. Nella mitologia pre-romana, questo mito, identificava non l’infedeltà di Giunone, ma il lato “intimo” di Giunone caprotina che non era visto in modo malevolo. Anzi in questo caso, Giunone era più vicina agli uomini perché aveva ceduto all’istinto e al piacere “intimo” arrivano alla fecondità, cioè alla nascita di un bambino.
La modifica di questa versione, dove Giunone rimaneva incita da sola, avvenne molto più tardi, nel 300 A.c, perché in questo periodo lei era divenuta una Divinità “addomesticata”, simbolo di fedeltà matrimoniale e dello Stato. Infatti essa veniva chiamata, in questo contesto, solo Giunone e non più Giunone Caprotina.
Però attenzione che i romani non decisero di “bandire” o dimenticare Caprotina, perché sarebbe stato come stravolgere l’intera visione di questa dea che era fondamentale nell’antica roma. Essa venne più che altro addolcita nel mito, ma rimase il suo culto. Un culto che però metteva in chiaro il concetto di donna di bassa condizione e quindi la “classe sociale”, concetto che spiegherò a breve.
Marte accettato da Giove
C’è da chiedersi perché poi Marte non divenne bersaglio di Giove? Semplice perché lui era stato concepito nel regno degli uomini, con una divinità degli uomini, cioè Priapo, protetto dalla stessa Tellus. Qui devo aprire altra parentesi di storia antichissima, ho accennato che Tellus era la dea madre. Vero è che ci sono varie divinità della terra, ma purtroppo questo è un “titolo” che viene dato per una comprensione più semplice.
Ora vi spiego la situazione. La dea madre è unica e sola e si chiama Tellus. Costei non è altro che il nostro pianeta, cioè la terra intera. La titana più grande e gigantesca di tutti. Su di lei si sono sviluppati poi gli altri titani e i 3 regni, vale a dire: quello del cielo e della terra che appartiene a Giove, il regno del mare che è di Nettuno e poi il regno degli inferi dove regna il Dio Plutone. Tutti e tre, per quanto possano essere potenti, non hanno alcun controllo su Tellus.
Tellus infine è colei che protegge le divinità primordiali e quelle che decidono di vivere tra gli uomini. Ora, tra quest’ultimi, ci sono semplicemente divinità appartenenti al regno di Giove che sono esiliati, scacciati perché troppo brutti o bestiali oppure che non vogliono vivere sotto il dominio di Giove. Tra questi rientra Priapo.
Marte figlio di Giunone e Priapo ha diritto a vivere nel regno di sua madre, quello di Giove, senza che costui si senta offeso dalla sua presenza poiché è figlio di un dio degli umani, quindi non c’è offesa nel tradimento di Giunone.
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Caprotina e il concetto di classe sociale
Giunone e Giunone Caprotina, nonostante sono la stessa divinità, appaiono come due entità diverse. La prima rappresenta colei che è potente, fedele e ricca di valori morali. La seconda rappresenta il lato più selvatico. Nella cultura romana vediamo che il culto di Giunone caprotina rimase tra il popolo, specialmente nei luoghi campestri e nei costumi agresti, oltre che tra le schiave e perfino nel ceto riservato alle peripatetiche. Come mai?
Ebbene perché Giunone è e rimane la moglie fedele di Giove. Mentre Giunone Caprotina è colei che cammina tra gli uomini e nei boschi, dove si concede o comunque dà ascolto ai suoi istinti “intimi”, ma, e qui che sta il fulcro di tutto il mito, solo con divinità degli uomini, non accettati nel regno di suo marito. Un concetto accettato nell’antica Roma e ve ne do dimostrazione.
Le matrone romane, ricche e potenti, erano solite pagare per incontri con i gladiatori oppure con i loro schiavi. Potevano avere rapporti al di fuori del matrimonio, ma solo rispettando queste “linee guida”, passatemi il termine:
- L’uomo in questione doveva essere di ceto sociale molto più basso di quello del marito
- Gli incontri non dovevano avvenire nei luoghi di proprietà del marito, della famiglia del marito, nelle proprietà della donna o della sua famiglia
- I rapporti non dovevano avvenire con lo stesso uomo per più di un anno
- In caso di gravidanze, il figlio poteva ricevere il nome del marito solo se quest’ultimo acconsentiva oppure poteva essere affidato alla famiglia della madre e vivere nelle sue proprietà
Notate che sono tutte linee guida che evidenziano proprio il mito di giunone Caprotina con Priapo e la nascita di Marte? Nacque poi anche il culto di Giunone caprotina nella Roma moderna, quella dopo il 300 A.c.
Culto della Nonae Caprotinae
La festa delle Nonae Caprotinae o Giunone caprotina, è celebrata il 7 luglio, rappresenta una delle ricorrenze più antiche del calendario romano. Essa conserva tracce evidenti di un substrato rituale arcaico, dove la natura selvaggia, la fertilità e il ruolo simbolico delle donne di bassa condizione (come le schiave) convergono in una celebrazione dal forte valore comunitario e mitico.
Il suo carattere popolare e rustico la distingue nettamente dalle grandi festività ufficiali legate ad altri aspetti della dea, collocandola in uno spazio liminale tra mito fondativo e spontaneità agraria. Il fulcro della celebrazione era la partecipazione delle servae e delle schiave, protagoniste indiscusse della festa. A differenza di molti rituali romani, dominati da figure maschili o da matrone, le Nonae Caprotinae erano una ricorrenza al femminile popolare, in cui l’ordine sociale appariva momentaneamente ribaltato.
Le donne di rango inferiore correvano, gridavano, banchettavano all’aperto e compivano gesti simbolici sotto un fico selvatico (il caprificus).
Il fico selvatico aveva un valore triplice: da un lato rappresentava l’energia naturale e la fertilità spontanea, dall’altro era associato a un mito di fondazione che coinvolgeva proprio l’astuzia e il coraggio di Giunone caprotina. Il terzo significato era commemorativo, cioè il luogo dove avvenne il concepimento di questa dea. Non meno rilevante era il simbolismo della capra, animale connesso alla vitalità e alle forze riproduttive, la cui presenza evocava il carattere selvatico e arcaico del rito. Però, la capra, come anche l’asino, erano animali sacri a Priapo, quindi è possibile un richiamo proprio a questo dio. Priapo il dio dai grandi genitali, ho creato anche un video e metto il link al termine di questo video.
Le Nonae Caprotinae era una festa a carattere popolare e femminile, in cui le protagoniste erano le schiave e le donne di basso rango che richiamano l’essenza della Giunone oscura, cioè caprotina.
Dove si tiene il culto di caprotina?
Le Nonae Caprotinae erano tradizionalmente celebrate presso il caprifico situato nella Palus Caprae, un’area nei pressi del Campo Marzio. Questo luogo, legato anche al mito della scomparsa di Romolo, aveva un valore liminale: zona palustre, ai margini del centro urbano e prossima agli spazi destinati all’addestramento militare, rappresentava una soglia tra natura selvaggia e ordine civico. Lì, sotto il fico selvatico, le donne di bassa condizione svolgevano i gesti che caratterizzavano il rito: corse, schiamazzi, battute scherzose, offerte alla dea e un banchetto comunitario.
La partecipazione femminile, limitata a schiave e serve, rifletteva un’inversione rituale dell’ordine sociale. Attraverso la celebrazione, queste donne assumevano temporaneamente un ruolo sacro e indispensabile per la protezione e la prosperità della città, rievocando l’episodio leggendario del mito di Giunone.
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Leggende connesse al mito
Il culto di Giunone Caprotina si incrocia anche con alcuni fatti storici in cui ci sono delle narrazioni più antiche e frammentarie della Roma arcaica e moderna.
Una delle versioni, storiche-fantasiose, collega la ricorrenza al destino di Romolo. Le fonti raccontano che, durante un’adunanza alla Palus Caprae (la “palude della capra”) sul Campo Marzio, Romolo scomparve in circostanze misteriose, tra lampi e tempesta, fino all’apparente stupore dei presenti: alcuni videro la sua ascensione agli dèi, altri sospettarono un rapimento divino. Tra parentesi tale ascensione non vi ricorda quella di Cristo?
Una seconda storica-documentata ci parla di un episodio bellico: dopo lo scempio dei Galli e in seguito a un assedio dei Latini, Roma si trovò minacciata e i notabili deliberarono di consegnare donne illustri come ostaggi. Secondo Plutarco e altri, una schiava — chiamata nelle fonti con nomi come Philotis o Tutela — suggerì un piano astuto. Lei e altre ancelle, schiave di lusso, si finsero dame eleganti e andarono nel campo nemico. Là, con inganno e seduzione, pagarono la loro libertà con notti di piacere. Al calar della notte, le donne, rubarono le armi dei nemici che erano stanchi d’amore e ubriachi.
Salite su un caprifico (fico selvatico), accesero un segnale di fuoco che indicò ai Romani che i nemici erano disarmati e fecero l’attacco decisivo. L’irruzione notturna condusse Roma alla vittoria; in riconoscimento, le ancelle ricevettero libertà e onori, e il giorno rimase consacrato a una festa in loro memoria. Nel corso dei secoli, tali fatti, si sono poi uniti in modo commemorativo direttamente al culto di caprotina.
Vaticano e il legame con Giunone caprotina
Sappiate che ancora oggi, i musei vaticani, nella sua necropoli e nell’archivio apostolico vaticano, noto come archivio segreto, sono custoditi: scritti, reperti, tavolette e sculture della dea caprotina. Per qual motivo però?
Il legame con questa dea è sottile, ma interessante. Prima dell’arrivo del cristianesimo, il vaticanus era una zona rurale che era al di fuori del centro di Roma. Infatti Roma non nasce come la conosciamo oggi, ma era più spostava verso sud. Era comunque un territorio romano, ai confini della roma originaria, chiamata appunto: vaticanus che significa: predire. Era la zona sede degli oracoli.
Qui sorgevano, già intorno al 700 A.c, prima della fondazione di roma, sei santuari minori, si eseguivano culti che richiamavano tutte le popolazioni vicine e soprattutto vi cresceva spontaneo il caprificus, cioè il fico selvatico. Esistevano, secondo alcuni scritti minori, interi campi di questo albero. Sulla collina del vaticanus però ne esisteva uno che era secolare, gigantesco, che si dice fosse il luogo dove Giunone concepì Marte.
Nei secoli avvenire, con l’espansione della città di Roma, questo vaticanus divenne più, tra virgolette, civilizzato, ma rimase una parte agreste, dove i contadini, poveri e schiavi potevano raccogliere i fichi per sfamarsi. Divenuto un luogo sacro per l’intera Roma, ecco che sorsero anche statue di Giunone Caprotina, tavolette con la sua immagine e tanti altri accessori che oggi sono reperti.
Sappiate che attualmente, nella città del vaticano, sono custodite le statue originali di Giunone caprotina, messe in teche e raramente mostrate al pubblico. Io mi faccio comunque questa domanda: come hanno fatto, tali statue pagane, a sopravvivere alla furia distruttiva dell’avvento della religione cristiana? Trovo curioso e inquietante che, i capi della cristianità, nel corso dei secoli, non abbiamo mai soppresso e distrutto definitivamente questi idoli dato che sono stati loro a demonizzarli.
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Articolo scritto e pubblicato da: Il bosco delle streghe
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