Volti del Male: diavolo nei secoli, significato e iconografia?
Nel corso dei secoli, il diavolo ha assunto molte forme. Nell’antichità poteva essere un vento, un’ombra, un pensiero. Nel medioevo, un mendicante, un animale, un sogno. Oggi, potremmo dire che si traveste da normalità, ma qual è il suo vero aspetto?
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L’errore è pensare che il male e il diavolo, si annunci con clamore! in realtà, è silenzioso, elegante, perfino gentile. È la tentazione che si insinua nei gesti quotidiani, nella promessa di un vantaggio facile, nell’indifferenza verso chi soffre.
Nei tanti racconti e testimonianze, scritte o tramandate nei secoli, c’è chi afferma che il dia…volo avesse l’aspetto di un frate, con un saio ruvido e il volto nascosto dal cappuccio. Curvo su un bastone, camminava piano, come un vecchio stanco. Solo gli occhi lo tradivano: rossi, fissi, incapaci di nascondere un bagliore che non apparteneva a questo mondo. In questo racconto popolare c’è una lezione profonda: il male non si mostra mai apertamente, ma si maschera da bene, da fede, da conforto. Si insinua dove c’è fiducia e la usa come arma.
Il tentatore non ha bisogno di cappucci o bastoni, di sembrare vecchio e stanco. Ci sono delle caratteristiche che sono immutate nei secoli. Esso si presenta con un sorriso amichevole, una mano che accarezza e la voce calma di chi sa convincere. Inoltre ripete un concetto base che diventa un sussurro continuo e dice: “Non fa male se lo fai solo una volta”. Il suo travestimento più riuscito è la banalità. Questa entità è ciò che ci tenta ogni volta che scegliamo la via più comoda, anche quando sappiamo che non è quella giusta.
Il volto del male: il diavolo
L’essere umano ha avuto sempre il bisogno di dare un volto al male, di rappresentarlo, di renderlo visibile per poterlo toccare e magari sconfiggere. Per questo la figura del diavolo incuriosisce tanto. Non è solo un’entità religiosa o mitologica, non è solo un simbolo mutevole delle paure, delle ossessioni e dei desideri dell’uomo, ma è qualcosa di più potente e cosmico. Nei secoli la sua rappresentazione o meglio la sua “immagine” è cambiata e osservandola vediamo come la sua stessa storia sia l’espressione della nostra coscienza morale.
L’apparenza del tentatore — il suo corpo, i suoi colori, le sue metamorfosi — è un linguaggio, un modo per tradurre in immagini ciò che è il mistero del male, la tentazione, il desiderio e la colpa. Cambia con i tempi, con le culture, con i bisogni spirituali e politici delle epoche. Ogni civiltà, ogni periodo storico, ha plasmato il volto del diavolo a propria immagine e somiglianza, proiettando in lui ciò che temeva di più.
Da spirito ingannatore a nemico cosmico, da angelo caduto a mostro infernale, insomma lui è lo specchio dell’uomo e per quanto possiamo temerlo, in realtà ci cammina continuamente accanto.
La forma arcaica dell’entità oscura
Nell’antica Roma, la concezione del male era totalmente diversa da quella che si svilupperà nel cristianesimo e che ci siamo portati con noi fino ad oggi. Non esisteva un “diavolo” e non c’era un’unica entità malvagia, opposta a un unico dio buono, ma piuttosto una costellazione di forze, spiriti e potenze che potevano agire a beneficio o danno degli uomini.
Queste forze erano chiamate daemones, preciso che essi erano presenti anche in grecia con il nome daímones. Si parla di esseri intermedi tra il divino e l’umano, portatori di energie ambigue, altalenanti. Un daemon quindi non era necessariamente maligno: poteva essere un’entità protettore o uno spirito vendicatore, a seconda dei contesti.
Il male, per i Romani, era una questione che danneggiava o disarmonizzava l’equilibrio trasformandolo in disordine: ciò che rompeva l’armonia tra gli uomini e gli dèi, ciò che infrangeva la pax deorum. Non un nemico personale, ma una dissonanza cosmica, quindi un’energia antica e universale. Solo con l’influenza ebraico-cristiana comparirà l’idea del “Satana” come adversarius, l’avversario per eccellenza, colui che si oppone al bene e tenta l’uomo. Questa nozione, tuttavia, è ancora lontana dall’immaginario medievale dell’entità cornuta e mostruosa.
I romani avevano divinità dualistiche, cioè in esse c’era il bene e il male, come il fauno o dioniso che sono rappresentate con delle corna e l’aspetto bestiale, ma, è qui metto una linea per sottolinearlo, erano divinità da venerare e rispettare, non rappresentavano il male assoluto. Fu la chiesa che decise di assorbirle e li rese l’aspetto del male puro.
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Angelo senza grazia
Le prime rappresentazioni iconografiche del male, nei secoli della tarda antichità, vale a dire tra il 300 e 600 D.c., non mostrano figure deformi o bestiali. Il male è rappresentato in vari modi poiché esso ha diverse sembianze. Per esempio il serpente che tenta Eva, o ancora prima lilith la prima moglie di adamo o ancora l’angelo ribelle.
Nel mosaico della Basilica di Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna, ad esempio, si può vedere un “angelo blu” accanto a Cristo nel Giudizio Finale: una figura che rappresenta l’angelo caduto, ma che conserva ancora un aspetto nobile, ma il suo colore indica il male. Qui vediamo che non è un mostro, ma un essere celeste che però ha perso la grazia. Questa immagine, raffinata e austera, rivela quanto la nozione di male fosse ancora spirituale, più che fisica. L’arrivo del cristianesimo cambiò la situazione, esso doveva distinguere nettamente il bene dal male. Ciò portò alla ricerca di un linguaggio visivo netto e deciso. Fu in questo momento che entrano in gioco le influenze del mondo pagano.
Demonizzazione divinità pagane
Le figure del Fauno, dell’antico Dioniso e perfino di giunone caprotina insieme ai fauni ei satiri — divinità agresti con corna, zoccoli e orecchie caprine — offrirono un repertorio iconografico ideale per rappresentare l’opposizione alla purezza divina. Il Fauno, simbolo della natura istintiva, del desiderio passionale e sfrenato oltre che della natura umana selvaggia, divenne l’esempio del demone: un essere ibrido, metà uomo e metà animale, dominato dai sensi, lontano dalla luce spirituale.
Apro parentesi temporale: la chiesa fu quasi condotta per mano verso queste immagini. Nell’epoca in cui coesisteva la religione pagana e quella cristiana, la prima era troppo forte, radicata nella popolazione e nelle culture contadine che non volevano sopprimere le proprie divinità. La seconda aveva poi bisogno di avere riferimenti visivi che dividessero il bene dal male. Usare quindi le immagini, sculture e le storie della religione pagana per identificare il male e con esso approfittare dell’aspetto bestiale per creare paura e timore, fu semplice strategia! Una strategia vincente poiché la chiesa assorbì i culti più benevoli e demonizzò le divinità più antiche con aspetto bestiale e corna. Chiuso parentesi!
La fusione tra elementi religiosi cristiani e simboli pagani diede vita a una nuova immagine del male. Dalle figure armoniose dei daemones romani e dall’angelo caduto della tarda antichità, si passò gradualmente a un’entità più tangibile e terrifico, in cui le corna del Fauno e gli zoccoli del satiro divennero il segno visibile di un’antica paura: quella che l’istinto, il caos e la materia potessero sopraffare lo spirito. In questa sintesi di miti e simboli si gettarono le fondamenta del diavolo medievale, il volto definitivo del male nell’immaginario occidentale.
Nasce l’essenza del signore oscuro
La nascita del cristianesimo portò il concetto di male assoluto, definitivo. Le antiche forze caotiche e ambigue della tradizione romana, che erano necessarie per un cambiamento spirituale e personale, vengono rilette, anzi rivisitate in base alla propria necessità. Il cristianesimo portava la visione dualistica: da una parte il bene assoluto rappresentato in Dio e dall’altra il male più oscuro il “diabolos” in greco. Colui che divide, che calunnia, che separa, che porta alla perdizione e al peccato.
Nel racconto biblico del Genesi, la figura del serpente è il primo potere di questa entità, vale a dire: il mutaforme, cambiare l’aspetto in base alle necessità. Qui rappresenta l’astuzia, la seduzione, un mediatore della tentazione. Nel cristianesimo primitivo, torno a dire quello che coesisteva con la religione pagana e che è durata fino al 600 D.c, la situazione cambia. Il tentatore non è solo un peccato, ma il nemico che e inganna l’umanità. Questa identificazione sancisce una svolta decisiva: il male assume un volto, una coscienza, una storia.
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Perché il Tentatore è nudo?
I Padri della Chiesa, come Origene e Agostino, descrivono il diavolo come un angelo caduto. Prima era bellissimo, il più bello di tutti gli angeli, una luce pura che guidava gli esseri umani. Dopo la ribellione ecco che avviene la trasformazione. L’angelo cade a terra. La sua pelle brucia diventando cenere. Ha parti del corpo che sono nere, bruciate. Altre invece ustionate, rosso come il fuoco che ancora bruciano. Ecco che compaiono quindi le prime caratteristiche, infatti questa entità o è oscura, nera, oppure rossa.
Il corpo è deformato dalla lotta, ingobbito per il peso della sua colpa. Mostra le sue nudità come segno di ribellione. Spiego questo passaggio che è davvero molto interessante. L’angelo ribelle ha iniziato la sua ribellione appunto perché non sopportava che Dio avesse dato agli uomini la possibilità di scegliere potendo elevarsi spiritualmente come gli angeli. L’umanità però è composta da uomo e donna ed essi si coprono per una personale morale. Indossare degli abiti, per il diavolo vorrebbe dire abbassarsi al livello dell’uomo. Ecco come mai lui mostra la sua nudità, come atto di ribellione.
Oltre a questo è bene sapere che lui ha genitali da uomo, ma possiede anche il seno perché gli angeli, in realtà, non hanno un ses…so definito, sono androgini. Dunque il suo aspetto “uomo-donna” è l’aspetto naturale. Però nel medioevo venne visto come un’ennesima ambiguità di questa entità che portava al perdimento, al peccato della lussuria.
Immagini, perché erano ovunque?
Le immagini, come tele, dipinti, sculture e mosaici, parlavano direttamente al popolo, spesso analfabeta e ignorante. Ciò permetteva di tradurre in forme comprensibili la lotta tra bene e male. La figura dell’entità ombra emerge prepotente nell’arte cristiana: non più solo un’idea teologica o un qualcosa da immaginare, ma un personaggio riconoscibile, spaventosa, orrida che suscita paura. Con l’alto medioevo, a dall’anno 1000 o 1100 D.c, nell’XI secolo, l’arte cristiana elabora diverse iconografie. Non è più il raffinato “angelo blu” della tarda antichità, né del serpente simbolico del cristianesimo primitivo: il diavolo medievale è una creatura mostruosa, un miscuglio di tratti umani e .
Compaiono affreschi, sculture e miniature che mostrano figure deformi completi di corna caprine, zoccoli, artigli, coda, ali da pipistrello e corpi squamosi, neri o rossi. Tutti elementi che non sono scelti a caso. Le corna e gli zoccoli rimandano alle divinità pagane come il Fauno e i satiri, reinterpretati come simboli del peccato e della bestialità; le ali da pipistrello, opposte a quelle angeliche, esprimono la caduta dalla luce al buio; gli artigli evocano la capacità del male di ghermire e trascinare l’anima nell’inferno. Ogni tratto diventa un segno visivo della corruzione spirituale.
Anche i colori svolgono un ruolo fondamentale. Il nero, il blu-viola e il marrone sono associati al male, in contrasto con la luce dorata, celeste o bianca della divinità. Questi colori, già legati nella cultura pagana e agli elementi inferiori — terra e tenebra — diventano nel medioevo simboli della perdizione. Talvolta viene dipinto con il volto verde o rosso, a indicare decomposizione e fiamma, passioni incontrollate e rabbia divina. Il colore, dunque, non è decorazione, ma linguaggio morale.
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Educare i fedeli
La funzione di queste immagini è profondamente pedagogica. In un mondo dove la maggior parte della popolazione era analfabeta, l’arte sacra era lo strumento principale di comunicazione religiosa. I Giudizi Universali scolpiti nei portali delle cattedrali, come a Autun o a Chartres, mostravano il tentatore che divora i peccatori o li trascina nelle fiamme eterne. Gli affreschi monastici e i manoscritti miniati moltiplicavano queste scene, trasformando la paura in lezione morale.
Attraverso l’orrore visivo, la Chiesa intendeva educare: vedere il male significava riconoscerlo e rifiutarlo. Questa entità oscura, reso mostruoso, diventava non solo simbolo teologico, ma strumento di disciplina sociale e spirituale. Nell’alto medioevo, l’immagine del diavolo non nasce solo per spaventare, ma per ricordare che la salvezza passa attraverso la consapevolezza del peccato.
La figura decisiva del diavolo
Nel pieno e tardo medioevo, la sua figura raggiunge la sua forma “classica”, quella che ancora oggi domina l’immaginario collettivo. Dopo secoli di evoluzioni e reinterpretazioni, la sua iconografia si stabilizza: corna caprine, zoccoli, ali da pipistrello, pelle scura o rossastra, occhi fiammeggianti e denti aguzzi. Questa trasformazione si colloca in un contesto culturale in cui il male diventa una forza attiva e organizzata. Lui è una “bestia” con un trono, simbolo di un potere oscuro che imita, e al tempo stesso parodizza, quello divino.
Un esempio straordinario di questa visione si trova nell’“Inferno” di Dante Alighieri. Nel canto XXXIV, Lucifero appare con tre teste, ognuna impegnata a divorare un traditore: Giuda, Bruto e Cassio. Le sue ali da pipistrello non lo elevano più, ma lo inchiodano al centro della terra, generando il ghiaccio che immobilizza l’inferno. Qui il signore oscuro non è solo terrore, ma impotenza: un simbolo della totale negazione della luce, un angelo che, pur avendo conservato la potenza, ha perso ogni grazia.
Le fonti di questa iconografia sono molteplici. L’antico Fauno pagano, con corna e zoccoli, sopravvive come il modello del male carnale e istintivo; si aggiungono tratti caricaturali, come il sorriso beffardo e la coda appuntita; i bestiari medievali forniscono riferimenti a animali notturni e ripugnanti, come pipistrelli, serpenti e rospi. La demonologia cattolica, nel frattempo, codifica l’Inferno come una struttura gerarchica, con il signore ombra al vertice e miriadi di demoni subordinati, ognuno con un ruolo specifico nella punizione dei peccatori.
Ogni dettaglio non è casuale
Nel medioevo, ogni dettaglio dell’aspetto del diavolo aveva un significato preciso. Nulla era casuale: ogni corno, ogni colore, ogni deformità serviva a raccontare la sua natura e a trasmettere un messaggio morale. La sua immagine è un linguaggio simbolico capace di parlare anche a chi non sapeva leggere. Le ali spezzate ricordavano la sua origine angelica: segno di una caduta irreparabile, di una gloria perduta. Il pipistrello, animale notturno e cavo, incarnava l’idea di oscurità e del male. Le corna e gli zoccoli richiamavano le divinità pastorali del mondo pagano reinterpretate come simboli della bestialità, della sensualità e dell’irrazionale. In queste scelte visive si legge la vittoria del cristianesimo sul paganesimo: le antiche divinità della natura vengono demonizzate e ridotte a figure del male sconfitto.
I colori che lo vestono — nero, blu cupo, rosso acceso, verde marcio — evocano gli elementi inferiori e impuri: la terra, il sangue, la putrefazione. Laddove gli angeli sono trasparenti e leggeri, il tentatore è pesante, materiale, vischioso. La sua deformità non rappresenta solo la bruttezza fisica, ma la corruzione morale.
Le raffigurazioni del diavolo nei portali delle chiese, nei manoscritti miniati o nei cicli pittorici servivano a incutere paura del peccato e a consolidare l’autorità della Chiesa. Mostrare il male in forma visibile significava insegnare a riconoscerlo e a evitarlo. Ma lui non era solo un ammonimento spirituale: diventava anche un mezzo per diffamare, diciamo così’, l’altro, le religioni nemiche. Eretici, streghe, musulmani, ebrei — tutti erano descritti con tratti demoniaci, segno di una differenza considerata pericolosa.
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Rinascimento: l’eleganza del male
Con la fine del medioevo e l’inizio del rinascimento, la figura del diavolo non scompare, cambia. Le radici della sua iconografia restano ancorate alla tradizione medievale, ma i nuovi orizzonti culturali del Rinascimento e dell’Umanesimo la reinterpretano, oscillando tra timore religioso e curiosità intellettuale. Il diavolo medievale lascia gradualmente spazio a un personaggio più complesso, ambiguo, perfino seducente.
Un esempio emblematico si trova nei tarocchi Visconti-Sforza del XV secolo: la carta del Diavolo mostra una figura alata e cornuta, con due prigionieri nudi legati ai suoi piedi. È un’immagine ancora intrisa di simbolismo medievale — il male che schiavizza l’uomo — ma già proiettata verso una lettura più allegorica. Qui lui non è soltanto l’essere infernale, ma anche la rappresentazione delle passioni, della tentazione, del desiderio che imprigiona la libertà.
Il Rinascimento mostra una “eleganza” intellettuale. Lui non è una forza esterna, ma una dimensione interna all’uomo. In questo periodo diventa l’emblema della conoscenza proibita, ma anche delle passioni e dei desideri che sono parte dell’animo umano. In questo caso, il diavolo diventa il libero arbitrio! Qualcosa che si accetta, che affascina e che si segue anche in modo consapevole. Proprio in questo periodo torna il potere da mutaforma. In molti racconti e perfino in testi romantici, la sua figura può essere un avvenente contadino, un nobile distinto, una fanciulla leziosa perfino una vecchia donna furba. Inoltre ritorna il concetto antico, quello pagana, vale a dire: il male non ha una forma definita perché è un’energia che comporta cambiamenti umani oltre che spirituali.
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Articolo scritto e pubblicato da: Il bosco delle streghe
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