Pasqua ed evirazione: vera storia oscura dietro la pasqua
Cosa hanno in comune un dio che si evirò, uova e le streghe? A prima vista, nulla, ma in realtà parliamo della Pasqua.
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Scavando sotto la superficie della Pasqua, emerge un intreccio sorprendente di miti, simboli e riti antichissimi che parlano tutti la stessa lingua: quella della rinascita. Nella religione pagana antica, a roma si celebrava in primavera, proprio nei periodi che oggi sono definiti “pasquali” il culto di Attis, giovane divinità legata alla Grande Madre Cibele.
Uova, sangue, resurrezione: simboli diversi che convergono nel medesimo periodo stagionale e che fu assorbita dalla religione cristiana chiamandola: La Pasqua.
Poi ci ritroviamo con racconti di sabba notturni, profanazioni e messe nere, rivolti ad una divinità o entità che sorge dal luogo della morte stessa. Oggi vi parlo della verità sulla Pasqua, su come ogni anno noi non facciamo altro che venerare un culto crudele, ma che fa parte della nostra natura umana e spirituale.
Una parola, è tutto
La parola Pasqua deriva dall’ebraico Pesach, che significa: passa oltre o passaggio. Un nome non casuale poiché esso è legato strettamente alla vera natura di questo periodo. In inglese invece si usa il termine Easter che però deriva dal tedesco antico Ostern, che indica la dea dell’alba, simbolicamente della primavera o ritorno alla luce.
Nella memoria antica era il momento di antichi riti primaverili legati al ciclo della natura. Ancora oggi sopravvive la testimonianza di un intreccio simbolico profondo tra le attuali culture, cioè quello della resurrezione spirituale e del risveglio della terra, vale a dire della: rinascita. Iniziamo però dal principio.
Il Sacro Equinozio: Il sacrificio
Fin dai primordi delle prime civiltà o tribù umane, l’arrivo della primavera era percepito come un evento cosmico sacro. L’equinozio di primavera — quando il giorno e la notte si bilanciano, avendo entrambi lo stesso tempo di durata – rappresentava il momento in cui la vita e la morte erano uguali, in cui la potenza del Dio e della Dea, erano identici. Questo giorno segnava un punto di trasformazione sacrale, l’uomo era più vicino all’energia divina ed è per questo che erano obbligatori riti che intrecciavano cosmologia, cioè magia degli astri, stregoneria o culti ritualistici e sacrificio rituale.
Proprio il sacrificio — animale o umano — era il vero atto di comunicazione, ma vi siete mai chiesti per quale motivo? Perché il sacrificio univa: vita e morte, vale a dire: scegliere e la fine, ma ancora uomo e donna. Quest’ultimo passaggio è poi interessantissimo: l’elemento uomo o maschile era visto come la vita, poiché nella vita si combatte per sopravvivere e l’uomo è appunto potenza materiale. Mentre la donna era vista come la morte, cioè colei che da pace e la pace è la morte, nella visione esoterica antropologica. Dunque il sacrificio diventa l’unico mezzo umano di comunicazione con il divino (femminile e maschile) dove appunto quest’essere può inviare poi messaggi.
Altro elemento fondamentale è il sangue considerato la forza vitale della terra, della vita e del cosmo. Offrire questa forza sacrificando una vittima “nutriva” gli Dei e garantiva la fertilità dei campi, la salute delle greggi e l’ordine ciclico dell’universo stesso. Offerte di sangue — umano o animale — erano intese come un modo per assicurare la continuità della vita e mantenere l’equilibrio tra gli esseri umani e il sacro.
Riti della morte
In queste antiche società, il ciclo della natura era legato ai cicli umani di nascita, morte e rigenerazione. Nell’equinozio c’era l’obbligo di immergersi in rituali specifici, tant’è che nessun membro né era escluso, diciamo che non c’era la libertà di culto come esiste oggi.
Nel Mediterraneo, ad esempio, i culti di dee legate alla vegetazione — come Demetra e Kore nell’antica Grecia, di Cerere e Proserpina a Roma — mostravano la caduta negli Inferi, quindi la morte, e poi il ritorno, cioè la rigenerazione che sfida la morte o meglio che è una trasformazione della morte stessa. Il tutto si palesava durante la primavera.
Le prove archeologiche e antropologiche, risalenti alle culture preistoriche, mostrano pratiche di sacrificio umano. Esempi ben documentati, che sono più recenti, intorno al 1600 D.C includono sacrifici rituali tra alcune società dell’antico Messico, dove la vita umana doveva “nutrire” il sole per mantenere il ciclo agricolo. Mentre tornando nella preistoria e poi nell’età del bronzo fino al primo medioevo, c’erano rituali celtici in cui la figura del “Green Man” veniva uccisa per stimolare la fertilità della terra. Perfino Roma non fa eccezione.
Queste erano tradizioni di potente energia cosmica e liminale, eseguite proprio quando le barriere tra mondi si assottigliano e l’umanità può interagire con le energie sottili della natura.
Sappiate che tali rituali estremi, i riti della morte, erano eseguiti in date specifiche o con allineamenti degli astri che erano particolari, perfino durante le eclissi sia di luna che del Sole. Pratiche che non sono tanto lontane nel passato. Anzi in molte zone del sud Italia, con nomi e metodi diversi, e con una documentazione reale, questi culti sono stati eseguiti fino al 1970, ma in via non documentata mi chiedo quanto ancora sono in uso queste pratiche?
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Roma è l’evirazione “pasquale”
Nella mitologia romana antica, quella del primo periodo esisteva un Dio a cui il popolo era particolarmente legato: Attis. Lui era il simbolo della forza rigeneratrice, del seme che crea la vegetazione, della fertilità. Figlio di Agdistis, divinità androgina, violento e minaccioso. Gli altri Dei lo temevano e per questo decisero di castrarlo in modo da limitare la sua violenza, ma dai suoi testicoli evirati nacque un albero di mandorlo. Una ninfa si addormentò sotto quest’albero e rimase incinta dando alla luce proprio Attis.
Costui divenne un uomo bellissimo, tanto bello che Cerere, la dea madre, la terra, si innamorò di lui. Per questo folle amore non ricambiato, la dea cadde in disperazione e, secondo la mitologia antica originale, capitò questo. Cerere innamorata, diede luogo all’estate, delusa dall’incuranza di Attis, diede luogo all’autunno, una volta rifiutata, arrivò l’inverno. Proprio in questo periodo Attis decise di sposarsi. Cerere, orgogliosa e ferita, si vendicò. Al matrimonio di Attis, fece impazzire tutti gli invitati e lo stesso dio che, in preda alla follia, uccise la sua promessa sposa. Quando si riprese, rendendosi conto di quello che aveva fatto e odiando Cerere per il folle desiderio, decise di evirarsi in modo che ella non avrebbe mai potuto sperare in futuro di unirsi a lui.
In seguito a questo sacrificio e per la ferita mortale il dio perse la vita. A questo punto Cerere, profondamente dispiaciuta di quello che era successo, riportò in vita Attis, facendone il suo cocchiere ed espiando la sua colpa avendolo sempre con sé, ma mai potendo essere sua. Cosa centra questo con il tema pasquale? Ebbene, quando Cerere fece risorgere Attis, nacque la primavera. Oltre a questo, per mantenere vivo tale sacrificio, il simbolo sacro di tale periodo divennero le uova che in realtà erano e sono, la rappresentazione materiale dei testicoli del Dio Attis.
Regalare uova diventa appunto un augurio di benessere, di fertilità e abbondanza, proprio come il seme che nutre la terra rendendola abbondante.
Il culto del Dio Attis
A Roma, il culto di questa divinità si sviluppò in tutto l’impero tra il III e il II secolo a.C., vale a dire dal 300 a.c, con rituali che si tenevano principalmente tra il 15 e il 28 marzo.
Cosa capitava però in queste feste? Parliamo di rituali di morte e lutto, i fedeli partecipavano a processioni, a simboleggiare il matrimonio di questo dio, seguito poi da grandi bevute che provocano l’estasi incontrollata. Si continuava con digiuni, flagellazioni e manifestazioni di dolore sui penitenti, prescelti o persone del popolo. Tutto per comunicare con gli Dei. Però attenzione che nel terzo secolo, c’era già una modifica dei sacrifici originali. Sempre in questo periodo si eseguivano evirazioni di animali, ma fu appunto una modifica perché il culto o rituale originale richiedeva l’evirazione di uno o più uomini, molto belli, scelti per questo sacrificio. Alcuni di loro morivano ed altri invece sopravvivevano.
Ora vi rivelo una chicca. Cosa capitava agli uomini sopravvissuti? Divenivano delle voci bianche che accompagnavano le processioni, i momenti di estasi o durante le celebrazioni religiose dei sacerdoti. Infine si donavano uova. Durante i rituali nelle città, i nobili e gli imperatori, regalavano uova alla popolazione povera come augurio di abbondanza e fertilità. Ciò consentiva anche di avere, per questi giorni, del cibo e quindi un popolo soddisfatto. Tale pratica si diffuse anche nelle piccole società agricole dove chi aveva la fortuna di possedere galline e quindi delle uova, le regalava a chi non le aveva.
Il Sabba del diavolo
Pasqua, il momento in cui, in pieno medioevo, c’era una sorveglianza estrema dall’autorità ecclesiastica. Tra i documenti ancora oggi studiati, alcuni di essi ci parlano di pratiche particolare dove le streghe compivano riti “al contrario”, sabba notturni, profanazioni e messe nere. Quanto c’è di vero? Durante la settimana Santa, le streghe, per mantenere forte la connessione naturale con la propria religione antica, pagana, dove appunto questo è un periodo di grande forza magica, eseguivano diverse pratiche.
In primo ci si riuniva in congreghe sotto i pini oppure nei boschi più oscuri. I rituali erano eseguiti di notte proprio perché c’era troppo controllo dalla chiesa. Qui si eseguivano delle celebrazioni, si raccontava di divinità antiche, dell’entità violenta e passionale che, secondo gli studiosi dovesse essere Agdistis, una versione del fauno, che poi è divenuto il diavolo.
C’erano culti orgiastici, ma anche nuove iniziazioni, sacrifici che, alle volte, erano umani oppure di bambini, purtroppo questo è vero e documentato. Tali pratiche richiamavano una magia antica. Le messe nere, vennero chiamare in questo modo, non perché si parlava di magia nera, ma perché si eseguivano di notte. In seguito poi, nella fantasia popolare divennero esclusivamente legate al male. Sottolineo che le congreghe erano diverse, alcuni eseguivano culti crudeli e pratiche di dolore, altre invece erano di magia naturale, quindi rivolte al rinnovamento, alla vita, alle rigenerazioni e all’abbondanza.
Concetto comune
In generale c’era un elemento in comune, vale a dire: rituali al rovescio, ma in che senso? Quello che si pensa siano parole al contrario, dov’è poi nata la convinzione che per evocare il diavolo di debba parlare al contrario, in realtà erano e sono parole antiche, di una lingua sconosciuta comprensibile solo a chi pratica la stregoneria. Il sabba più importante si teneva tra il mercoledì santo e la vigilia di Pasqua dove si accendevano dei fuochi per richiamare le entità che, in questo giorno, camminavano sia di giorno che di notte in totale armonia. In questo momento il mondo spirituale è più aperto e quindi spiriti e demoni sono più forti, attivi e pronti a parlare.
La chiesa medioevale e la demonologia ufficiale descrivono nei testi inquisitoriali questo sabba come quello in cui si richiama il diavolo e venne appunto denominato: il sabba del diavolo. Denominazione che servì a intimorire maggiormente la popolazione e quindi a denunciare più facilmente chi fosse sospettato di stregoneria.
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Articolo scritto e pubblicato da: Il bosco delle streghe
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